L'attivista e femminista Maria Montessori
- giulialoporto
- 14 dic 2025
- Tempo di lettura: 9 min

Nell’ultimo decennio il nome di Maria Montessori, mai realmente tramontato e mai davvero capillarmente diffuso nel nostro paese, ha conosciuto un grande successo. In tutti gli ambienti che si occupano di educazione dei bambini, in gran parte istituti privati, così come nel caso di strumenti a supporto della maternità, la pedagogia di Maria Montessori è presente. I social media hanno sicuramente contribuito ad alimentare questo fenomeno con il proliferare di account di professionisti e non che fanno della pedagogia di Maria Montessori la loro bandiera [1].
Spesso il nome della dott.ssa di Chiaravalle si trova stampato su materiali o sulle scatole dei giochi trasformandosi suo malgrado in un brand capace di far lievitare i prezzi di qualsiasi prodotto abbia a che fare con l’infanzia. Le scuole montessoriane sono diffuse in tutto il mondo, dal Vietnam al Ruanda, ma se si stringe l’obiettivo sul continente europeo si nota come a fronte delle 11.000 scuole montessiorane della Germania se ne contino in Italia non più di 200, per lo più per la fascia 3-5 anni [2]. Si tratta, inoltre, quasi sempre di istituti privati poiché ancora molto pochi in Italia sono gli istituti comprensivi che avviano progetti basati sulla pedagogia di Maria Montessori. È comunque idea diffusa, nel nostro paese soprattutto, che il nome di Maria Montessori sia da associare ai bambini e alle scuole.
Studiando la sua biografia [3], però, e osservando diverse sperimentazioni avviate nel tempo e in varie parti del pianeta ho scoperto che le cose non stanno proprio così.
Non solo perché Maria Montessori ha iniziato ad occuparsi di bambini, come medico nell’ambulatorio pediatrico “Soccorso e lavoro” di Roma - un luogo dove si curavano bambini che si trovavano in stato di povertà [4] e che pure si occupava di sostenere le famiglie e le madri sole offrendo loro una formazione basilare per un’assistenza sanitaria corretta - ma anche perché sarà proprio dall’osservazione dei bambini marginalizzati a causa di malattia o povertà e dalle battaglie per il riconoscimento dei diritti che Maria Montessori trarrà i principi fondamentali della sua pedagogia [5].
Grazie a questa attività di volontariato Maria Montessori entra in contatto con le figure di spicco del movimento femminista romano, grazie alle quali nascerà e si svilupperà un’altra via fondamentale del suo impegno e del suo studio ovvero l’attivismo a favore dell’emancipazione femminile: «[Maria Montessori] partecipa alle loro battaglie politiche, dalla protesta contro l’invasione italiana dell’Etiopia alla raccolta di firme per il sostegno alla lotta di liberazione di Cuba. Diventa segretaria dell’associazione Per la donna, creata da un gruppo di militanti per portare avanti un programma molto radicale: educazione popolare, suffragio femminile, legge per la ricerca della paternità, uguali salari tra uomini e donne» [6].
Nel 1898, poi, al fianco del dott. Giuseppe Montesano, figura fondamentale nella vita di Maria Montessori, la dott.ssa entrerà nei padiglioni del manicomio siti su via della Lungara, a Roma, scoprendo il “magazzino” addetto alla custodia dei bambini “frenastenici”, categoria molto ampia che racchiudeva bambini affetti da malattie mentali, epilessia, ma anche sordomuti, ciechi, rachitici e paralitici, tutti accumunati da malnutrizione e da condizioni igienico sanitarie pessime. In quel momento “Maria capisce di aver trovato qualcosa per cui battersi» [7].

Nel 1898, intervenendo al congresso pedagogico di Torino, dove è invitata ad esporre l’educazione fisiologica del dott. Séguin [8], e prendendo spunto dall’omicidio di Elisabetta d’Austria, avvenuto per mano di un anarchico la cui infanzia è segnata da maltrattamenti “orfanotrofi spaventosi e famiglia di affido violente”, Maria Montessori lancia un appello perché anche in Italia si aprano scuole per i bambini “frenastenici”, perché la mancata cura nei confronti di questi bambini produrrà adulti potenzialmente pericolosi per tutta la società: «Nessuno che si rifiuti di appoggiare questo programma ha il diritto di essere chiamato una persona civilizzata al giorno di oggi. Questo non è un sentimento o retorica, ma è saggezza e scienza» [9].
Nel 1900 Maria Montessori ottiene la cattedra di Antropologia e Igiene presso il Magistero. E anche in questa occasione, quando i suoi studi e il suo impegno virano dalla medicina, che sempre resterà sullo sfondo, alla pedagogia, Maria Montessori avrà maggiore propensione verso i bambini che a scuola sono considerati i più difficili a causa del loro aspetto trasandato, delle poche risorse, di un comportamento faticoso da gestire e non avrà remore nel puntare il dito contro coloro che non hanno occhi per vedere e comprendere la situazione degli “oppressi della scuola”. È in questo momento che Mara Montessori deciderà di applicare l’educazione fisiologica di Séguin a tutti i bambini.

Il 6 gennaio 1907, sotto la sua direzione, aprirà nel quartiere San Lorenzo di Roma la prima “Casa dei bambini”. È un quartiere che Maria Montessori conosce bene, dove assiduamente si è recata per la sua attività di volontariato, fin da quando era una studentessa. La “Casa dei bambini” di San Lorenzo si dimostrerà essere non solo una scuola dove si sperimenta un metodo innovativo e rivoluzionario, ma anche un esperimento sociale che coinvolge tutti gli abitanti del quartiere e che costruisce opportunità di riscatto proprio a partire dallo sguardo diverso posato sui bambini.
L’idea di aprire una scuola nel quartiere di San Lorenzo fu del Direttore dell’Istituto Roma dei Beni Stabili, Edoardo Talamo. Il progetto che supportava questa scelta, derivava dalla necessità di togliere dalle strade di San Lorenzo i bambini, abbondonati a se stessi, per tutto il giorno, da genitori costretti a lunghi turni di lavoro nelle fabbriche. L’intento era dunque più di ordine sociale che di interesse pedagogico [10]. Maria Montessori, però, coglierà questa opportunità non solo per mettere alla prova le sue intuizioni e i suoi studi pedagogici, ma anche per coniugare all’attenzione verso i bambini, in un unico contesto, l’impegno a favore dell’emancipazione della donna.
L’Istituto Romano dei Beni Stabili redasse un regolamento per la “Casa dei bambini” che fornì a Maria Montessori l’occasione di realizzare il suo progetto. Tale regolamento prevedeva un accordo reciproco tra scuola e famiglia. La famiglia era obbligata a mandare i bambini a scuola, lavati e vestiti dignitosamente e a sostenere la direttrice nell’impegno specifico dell’educazione che era fatta anche della cura morale che le famiglie non erano in grado di fornire: «Una proprietà nei confronti della quale tutti, bambini e adulti, genitori ed educatori, dovevano essere ugualmente responsabili e partecipare attivamente al suo funzionamento» [11].

Ma, secondo gli studi effettuati sull’esperienza della “Casa dei bambini” e le testimonianze raccolte, la scuola non era solo un luogo in cui a diverso titolo i genitori, le madri in primis fornivano un qualche tipo di servizio, ma il luogo dove tutte le donne del quartiere mettevano a frutto le proprie competenze acquisite anche grazie all’esperienza della maternità trasformando così proprio la maternità in un compito sociale: «Come a dire che tutt’altro che innate, le competenze materne maturano grazie all’esercizio della capacità di cura, che la donna sperimenta anche in ambito extradomestico […] Detto in altri termini l’impegno attivo della donna in ambito extrafamiliare può diventare uno strumento di benessere sociale […] Nella maternità sociale Maria Montessori coglieva, quindi, una competenza a metà strada tra la tutela del ruolo materno e il suo superamento […] Un fatto ancora nuovo se, a distanza di più di 100 anni, pochi sono gli studiosi che riconoscono nelle Case dei bambini un vero e proprio esperimento di pedagogia sociale in direzione altruistica» [12].
Interpretare l’opera di Maria Montessori come radicata nella capacità di guardare agli “ultimi” è, dunque, una interpretazione corretta. A dimostrarlo, però, non c’è solo il passato. Sono molteplici oggi i contesti di marginalità all’interno dei quali la pedagogia di Maria Montessori viene scelta e attuata come strumento capace di emancipazione, sostegno, guarigione. In un articolo scritto da Alice Graziadei ed Erica Moretti e pubblicato su Il Manifesto (edizione del 2 settembre 2020) in occasione del 150esimo della nascita di Maria Montessori, le due autrici compiono un piccolo ma interessantissimo “giro del mondo” alla ricerca delle realtà più periferiche e problematiche dove l’applicazione della pedagogia di Maria Montessori da vita a realtà educative e sociali di rilievo. Sono contesti difficili, territori devastati dalla guerra e schiacciati dalla povertà, dal disconoscimento dei diritti fondamentali e dall’oppressione sistematica di donne e bambini. Ben lontani dalla quella rigidità attribuita spesso in modo indebito al “Metodo” di Maria Montessori, gli esperimenti in giro per il mondo ne dimostrano, invece, una sorprendente elasticità, capace di renderlo efficace a Kabul come in Kenia: «Nel 2018, in Kenya, è nata la scuola nomade di Samburu. Da due anni a questa parte, i bambini della comunità keniota partecipano a un progetto promosso dall’Association Montessori Internationale che ha l’obiettivo di creare un modello educativo a lungo termine, capace di garantire un percorso formativo volto a istruire i giovani salvaguardando la magnifica eredità culturale del territorio cui appartengono. Le lezioni si svolgono in grandi tende, dove il materiale montessoriano è costruito ad hoc perché possa essere di facile trasporto e perché ne rifletta i tratti culturali. L’intera comunità è coinvolta nella preparazione del materiale didattico e dell’arredamento. Le insegnanti provengono dallo stesso territorio e sono formate sul principio montessoriano aiutami a fare da solo. Ad ogni spostamento, riempiono gli zaini e raggiungono a piedi la nuova area» [13].

Altro esempio di come la pedagogia montessori sia particolarmente adatta ad attuarsi in contesti difficili e/o con bambini e adulti portatori di un vissuto traumatico, di privazione o di violenza è riferito in un’intervista da Sonia Caluccelli, formatrice di Fondazione Montessori per l’Area Migrazione e diritto d’asilo. Il progetto che viene raccontato sul sito della cooperativa CODESSfgv, sita a Trieste, si basa su tre principi fondamentali: inquadrare nel tempo e attraverso una attenta osservazione i reali bisogni dei richiedenti asilo, dare valore al principio montessoriano che vede il processo di costruzione di se stessi il fulcro dell’educazione e l’applicazione concreta della libertà di scelta, dell’autocorrezione e della manipolazione capaci di superare anche il limite delle differenze culturali: «Se posso fare un calcolo senza che qualcuno me lo debba spiegare in italiano, ma attraverso un materiale strutturato che manipolo e che mi permette di vedere immediatamente l’errore senza aspettare che sia il docente a segnalarmelo, e che posso usare e riusare finché non l’ho acquisito perché la lezione – come prevede il metodo Montessori – non è strutturata con scansioni temporali rigide, il percorso di apprendimento viene sgomberato di molti ostacoli.
[…] In Italia ci sono esperimenti interessanti e positivi in scuole pubbliche spiccatamente multiculturali, dove proprio per l’alto tasso di alunni stranieri si è scelto di avviare il metodo (in alcuni casi con l’effetto secondario di attrarre famiglie italiane in quelle che erano diventate ‘scuole ghetto’). Oltre ad altri vantaggi, l’importanza attribuita all’esperienza sensoriale elimina molte delle disparità che caratterizzano i contesti scolastici multietnici: dove la lingua è l’unico veicolo, il bambino straniero non italofono si trova sempre indietro rispetto ai compagni che hanno dimestichezza con l’italiano. In queste situazioni, il metodo Montessori contribuisce a rendere il gruppo più omogeneo e a valorizzare le diverse competenze a prescindere dal tramite linguistico» [14].

Le conclusioni che possiamo trarre sono, dunque, almeno tre. La prima è che la pedagogia montessori si presta ad essere usata in ogni situazione, ma che particolarmente si adatta ai contesti di privazione, marginalità sociale, bisogni speciali di apprendimento, la seconda, è che non riguarda necessariamente soltanto i bambini, la terza è che la pedagogia di Maria Montessori è politica, e possiede in se stessa la capacità di cambiare il territorio poiché trasforma le persone di qualunque età, origine, condizione sociale.
[1] Il 22 marzo 2024 i post sul social media Instagram con hashtag #montessori sono 8.381.320.
[3] Una delle biografie più recenti e complete su Maria Montessori è quella scritta da C. DE STEFANO, Il bambino è il maestro. Vita di Maria Montessori, BUR, Milano 2022.
[4] “Maria fa volontariato anche nell’ambulatorio pediatrico Soccorso e Lavoro, creato in città per curare i figli dei poveri. Ogni giorno sfilano davanti ai suoi occhi decine di bambini pallidi, magri, con il ventre gonfio e la tosse cattiva. Hanno occhi grandi che accusano, ma dalle loro bocche non esce un lamento. Maria vede casi di mal nutrizione, rachitismo, tubercolosi”, Ibidem., 32.
[5] “Ogni giorno, terminato il lavoro negli ospedali, continua a fare volontariato tra i diseredati della città. Cone le signore della buona società romana partecipa alle attività filantropiche dell’Unione del Bene nel quartiere popolare di San Lorenzo. Con i colleghi medici presta servizio nei dispensari, dove sfilano ogni giorno i piccoli malati. La sua attenzione per l’infanzia nasce qui, davanti a quei bambini poveri, che sono gli ultimi della società. […] Maria Montessori è scandalizzata da quello che vede. Ben presto metterà la sua indignazione al servizio della pedagogia”. Ibidem., 40-41.
[6] Ib., 36.
[7] Ib., 45.
[8] “Édouard Séguin (Clamecy, 1812-1880) studia medicina con Jean-Marc Gaspard Itard: inizia a lavorare come tirocinante all’ospedale psichiatrico di Bicêtre a Parigi dove segue alcuni casi di bambini con disabilità intellettive (bambini idioti). Séguin non condivide, però, la sanitarizzazione del trattamento dei bambini disabili: entra in polemica con Esquirol, famoso psichiatra alienista allievo di Pinel, affermando che guardavano e non vedevano.Nel 1847 fonda a Parigi, a rue Pigalle, la prima scuola speciale in Europa per bambini con disabilità intellettiva. Cfr. Éduard Séguin: Il Maestro degli idioti in «Sistema Museale di Ateneo, Museo officina dell’educazione», Alma Mater Studiorum, Bologna https://www.doc.mode.unibo.it/index.php/en/node/2201
[9] C. DE STEFANO, Op.cit., 56-57.
[10] Cfr. B. DE SERIO, Un primordiale modello di “banca del tempo” nel progetto montessoriano di istituzione dele case dei bambini in «MeTis. Mondi educativi. Temi, indagini e suggestioni», 10 (2) 2020, 112-128.
[11] Ibidem, 125.
[12] Ib., 79-81.
[13] A. GRAZIADEI – E. MORETTI, Nell’universo inedito di Maria Montessori in «Il Manifesto», 2 settembre 2022, 10.



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