Avanti, indietro, insieme.
- giulialoporto
- 14 gen
- Tempo di lettura: 5 min

Immaginiamo tutti la crescita come una linea ascendente.
Seguendo la linea del tempo, in effetti, è avanti che si va, da piccolo il bimbo diventa grande, alziamo lo sguardo sempre un po’ più in alto per poterlo guardare negli occhi.
Ma se osserviamo la crescita dal punto di vista dello sviluppo, quella linea diritta ed ascendente diventa segmentata, va avanti, sì, ma ritorna su se stessa infinite volte, si allontana, si riavvicina, gira, riprende slancio, arretra nuovamente.
Tutto questo è stato studiato e continua ad essere materia di approfondimento per i pedagogisti, i quali, attraverso teorie diverse, ma in modo oramai unanime affermano: Il bambino non cresce in modo lineare.
Se questa affermazione in pedagogia non fa più una piega, nell'esperienza quotidiana continua a farne moltissime e spesso arrotola la vita riempiendola di confusione e frustrazione. Molte volte, in studio, le mamme (sì, le mamme soprattutto), lamentano gli apparenti passi indietro dei loro bambini e la fatica di dover cominciare daccapo riguardo a tappe che sembravano essere competenze acquisite (e attribuendo spesso a se stesse errori e mancanze come causa di questa apparente regressione, ma il senso di colpa delle madri è un altro argomento da trattare).
Ad esser sinceri questo andirvieni non è solo tipico dell'età dello sviluppo.
Anche l'età adulta conosce questo movimento, perché la crescita, soprattutto, quella interiore è un processo complesso che non conosce fine.
Un buon esercizio è, allora, quando ci si rapporta ad un bambino, quando si è in relazione con lui, quando si osservano i suoi comportamenti e perfino quando si subiscono, domandarsi se è possibile riconoscersi in qualcosa. Faccio un esempio, banale, ma esplicativo: Quando mettiamo in auto un bimbo piccolo, un bimbo che magari fino a poco prima dormiva o stava in braccio, è molto probabile che il bimbo pianga. Che lo faccia a lungo, in modo inconsolabile. E' la normale reazione ad un cambiamento di stato, di posizione, di calore, di rumori, di contatto. A noi sembra una reazione esagerata (perché sfugge al nostro "controllo"), ma... Pensiamo a quanto scocci a noi spesso lasciare una casa calda e confortevole, per entrare in un'auto gelida. Il motivo per cui non scoppiamo a piangere è che il nostro sistema nervoso è un sistema nervoso adulto cioè ha imparato a reagire a quel disagio, sa che è inevitabile e sa che passerà. Tuttavia, può succedere di sentirci nervosi, stanchi, di cattivo umore. Porsi, dunque, la domanda: "Cosa capisco e riconosco nel comportamento del mio bimbo?" è buona prassi per entrare in comunicazione con i nostri bambini.
Perché uno dei punti cruciali per chi accompagna un essere umano nelle fasi fondamentali del suo sviluppo è proprio la comunicazione. Il supporto fondamentale alla crescita non è sempre e soltanto rispondere alle esigenze del bambino quanto piuttosto il come rispondiamo a quelle esigenze e le parole con cui accompagniamo la nostra risposta. E poiché durante l'infanzia queste esigenze sono primarie ed estremamente richiedenti ci può accadere di restare sintonizzati su questa modalità e di fare fatica con le richiesta nuove davanti alle quali il bambino ci pone e che richiedono altre modalità e nuove parole.
Per questo motivo noi adulti siamo chiamati ad abitare la soglia. Da lì possiamo vedere i movimenti che i nostri figli fanno per acquisire autonomia, restando lì possiamo accoglierli quando esprimono il bisogno (spesso non in maniera conscia) di trovare sicurezza nel sentirsi ancora piccoli ed accuditi.
Mio figlio ha 7 anni. E' perfettamente in grado di indossare il pigiama autonomamente e di ripiegare i vestiti sulla panca. Ci sono sere, però, in cui chiede o esige la mia presenza. Questa esigenza è strettamente legata all'autonomia che via via sta acquisendo. Se durante il giorno si è preparato lo zaino per andare in palestra e lì ha imparato a fare la verticale e a parlare di videogiochi con gli altri bambini, se ha gestito da solo il dolore di una caduta, se ha attraversato accanto a suo padre, ma senza tenergli la mano con il compito di individuare lui il momento corretto di attraversare sulle strisce pedonali...è molto probabile che quella sera o le sere seguenti mi chiederà di aiutarlo a mettergli il pigiama, di versagli l'acqua a tavola, di leggergli una storia prima di dormire. Nessuna regressione. E' l'abitare uno spazio di transizione dove si è nello stesso tempo piccoli e grandi.
Non è un luogo comodo lo spazio di transizione. Molte volte, ad esempio, mi rivolgo a mio figlio come ho sempre fatto e lui mi risponde: "Non parlarmi come se fossi piccolo". E ha ragione. Ritorno sulle mie parole e sul modo in cui le ho espresse e mi rendo conto che non sono più adatte. E ho il dovere di trovarne di nuove anche se, qualche minuto dopo me lo ritrovo accocolato in braccio.
Essere un adulto in grado di rispondere alle esigenze primarie è un ruolo di enorme responsabilità. Tale responsabilità tende a radicarci in questa funzione così profondamente da identificarci con la funzione stessa. Per questo è necessario anche per il nostro personale benessere, sapere che la nostra funzione genitoriale è in costante trasformazione. La crescita dei nostri figli deve poter essere anche la nostra crescita, la loro metamorfosi, la nostra. Quante volte a scuola sento genitori di adolescenti alti 180cm dire "per me lui è sempre piccolo". Cosa vuol dire? Vuol dire che se per noi i nostri figli sono sempre piccoli, il nostro ruolo nei loro confronti è sempre uguale a se stesso, congelando nel tempo la nostra funzione di responsabilità primaria. Le motivazioni sono multifattoriali e vanno dal timore del tempo che passa alla paura di non essere più figure fondamentali, essenziali nelle vite dei nostri figli, ma, in realtà, non siamo meno utili modulando diversamente la nostra presenza, al momento opportuno. Non siamo meno importanti se i nostri figli cominciano a cercare aiuto e confronto in altre figure di adulti o di pari che non siamo noi.
Per questo motivo la verbalizzazione dei bisogni è uno strumento di grande supporto. Accompagnare la risposta alle esigenze con le parole oltre che con i gesti, ci mantiene interiormente vigili, nutre la comunicazione, favorisce i passaggi.
Se noi restiamo fermi e identici a noi stessi mentre i nostri figli si trasformano rischiamo di non essere davvero il supporto che serve loro. Per i nostri bambini vederci cambiare non è destabilizzante. E' rassicurante, poiché vedono in noi quanto sentono accadere in loro stessi.
Niente di tutto questo è facile e indolore.
Ma è molto più difficile e paralizzante non volersi aprire a queste trasformazioni.
La crescita è, dunque, un sostantivo plurale, perché coinvolge loro e noi, insieme, in uno scambio che non finisce mai.
Ricapitolando:
Osservare questi movimenti della crescita, senza giudicare il bisogno di sconfinare nel nuovo e tornare nel conosciuto come una regressione (in senso negativo);
Accompagnare la nostra risposta ai loro bisogni, con le parole (a volte bastano quelle descrittive, altre quelle più profonde);
Provare ad identificarci nei comportamenti dei bambini, riconoscendo disagi che sono pure nostri seppur oramai controllati.
Non restare impigliati nel ruolo accudente e riconoscere i cambiamenti e le trasformazioni dei nostri figli, cogliere le loro metamorfosi come occasione di crescita e di cambiamento personali.



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