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Vivere, perdere, rivivere (Il ruolo dei riti, dei luoghi e delle storie familiari nell'infanzia)

14 mag
Tempo di lettura: 4 min

Scrissi un racconto una volta, si chiamava Ali di terra, radici di cielo. Non ricordo bene tutta la trama, ma parlava di un passero e di un grande albero, del loro legame fatto di ciclicità e rituali e della necessità del passero, ad un certo punto della sua storia, di volare via alla ricerca di altri rami e nuovi alberi.


Mi ritorna in mente oggi, mentre studio l’infanzia e la ri-sperimento nella vita del mio bambino. In particolare, mentre rifletto sul ruolo dei rituali familiari, della narrazione del passato e della funzione che svolgono i luoghi nei quali l’infanzia accade.

Non mi riferisco solo ai riti quotidiani, oggi ribattezzati “routine” finalizzata sostanzialmente ad evitare bimbi sovra stimolati e indomabili, mi riferisco soprattutto a quel che spezza proprio la routine, al frequentare luoghi familiari magari d’estate o in alcuni periodi specifici dell’anno, storie del passato o azioni particolari che si svolgono con uno o l’altro genitore o con entrambi o con i nonni o altri membri della famiglia, in momenti specifici e fuori dalla quotidianità.


Invito le persone che leggeranno questo articolo a comporre la propria mappa mentale, reale, disegnata o scritta a parole per ricostruire il proprio paesaggio interiore a partire da queste tracce. La mia comprenderebbe una casa di campagna, il canto notturno dei grilli, i ramarri su una strada sterrata che porta al lago, i gesti rituali della nonna oppure i pranzi di Natale, l’estate sempre sulla stessa spieggia, la granita al limone consumata sempre nello stesso bar, con le tavole di legno per pavimento e un vecchio jukebox. Non è una questione di nostalgia. È costruzione del futuro, è la possibilità di poggiare su basi solide per affrontare la vita adulta.


La psicologia dello sviluppo ci ricorda che per poter volare alto, un bambino ha bisogno innanzitutto di radici profonde. Ovvero  coltivare l’affezione a luoghi, appunto, a  riti e a pratiche familiari, trasformandoli in una bussola interiore.

Le radici non sono catene, ma il terreno solido che permette l'esplorazione: solo il bambino che sa di avere un porto sicuro a cui tornare che sia un luogo del cuore, un rito familiare stabile, avrà il coraggio di affrontare l'ignoto dell’adultità senza soccombere alle responsabilità prima e al declinare della vita, poi.


Non è solo, infatti, una questione di competenze. Direi che, piuttosto, è una questione di compimenti. L’infanzia non è solo quel luogo esistenziale in cui si costruisce la vita adulta, la capacità di star bene, di fare scelte, di sopportare le avversità senza crollare. È anche lo spazio nel quale e attraverso il quale impariamo che quel che finisce ha il suo nutrimento, vitale anch’esso non solo utile a fare, ma soprattutto ad essere. Dare spazio alle storie di chi ci ha preceduto, alzare gli occhi su un alto cedro piantato dal nonno o dal bisnonno, mangiare gli gnocchi impastati ripetendo gesti di mani che non esistono più oppure avere in cuore il ricordo di case che sono state vendute o perse, passare al proprio figlio azioni o parole che abbiamo ricevuto a nostra volta da persone che hanno già attraversato la morte: Vivere, perdere, rivivere diversamente. Non conservare in modo immutabile, facendo del passato un museo pieno di oggetti fragili. Ecco in che senso offrire all’infanzia delle radici, rende abili alla vita in tutto il suo processo, morte compresa.


I riti — dalle scampagnate di primavera alla pizza del sabato sera — non sono semplici abitudini né prigioni che intrappolano nel passato, ma veri e propri strumenti di protezione psichica. I rituali familiari agiscono come un "collante" che preserva l’identità del gruppo e dei singoli anche nei momenti di crisi. Queste pratiche dicono al bambino: "Tu appartieni a una storia che ti precede e ti accoglie". E questa percezione è fondamentale per costruire quella che i neuroscienziati chiamano una mente "integrata" e resiliente.


La ricerca di Robyn Fivush ha dimostrato che i bambini che conoscono la storia della propria famiglia (le sfide superate dai nonni, le tradizioni della propria stirpe, per esempio) mostrano una maggiore autostima e una migliore gestione dello stress. Questo accade perché la narrazione trasforma i fatti in "memoria autobiografica", permettendo al bambino di percepirsi come parte di un continuum temporale che dà senso al presente e gli permette di immaginare il proprio futuro.

Affezionarsi a un luogo — un bosco, una casa, un giardino — significa educare alla cura. In questo nostro presente che consuma spazi e tempi rallentare è la scelta che permette al bambino di stabilire un contatto profondo anche con la terra e con i suoi cicli e di connettere i cicli alle persone e alle storie, e a percepire la connessione tra i viventi nel proprio spazio interiore. Il luogo dell'infanzia diventa così quello che Gaston Bachelard definisce lo "spazio poetico": una riserva di immagini e sensazioni che nutriranno l'anima del bambino per tutta l'età adulta.


Coltivare le radici non è un atto nostalgico, ma un investimento sulla salute mentale. Anche quando queste radici sono poche e rare nelle storie d’infanzia più complesse e difficili.

Dando ai bambini radici fatte di luoghi amati e riti condivisi, non stiamo solo tramandando il passato: stiamo provando a far crescere adulti capaci di abitare se stessi e il mondo con la fiducia che attinge ad una realtà interiore consapevole, curata e vivace.


Bibliografia

  • Bachelard, G. (1957). La poetica dello spazio.

  • Bowlby, J. (1989). Una base sicura.

  • Cyrulnik, B. (2005). Il dolore meraviglioso.

  • Fivush, R., & Merrill, N. (2014). The power of family storytelling.

  • Wolin, S. J., & Bennett, L. A. (1984). Family Rituals.

  • Zavalloni, G. (2008). La pedagogia della lumaca.

 

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