Passaggi

Nessuno escluso. Riassumerei così l'impossibilità di sottrarsi ai passaggi di crescita dei nostri figli. D'altronde si nasce attraverso un passaggio e da lì ne compiamo a migliaia per poter crescere. Alcuni sono decodificati dal proprio contesto sociale di appartenenza, altri sono più universali e s'impongono nel corpo, altri ancora, forse la maggior parte, restano nascosti e sono personali, legati alle esperienze e alle storie.
Per dirla con la studiosa U. Bronfenbrenner desidero parlare del Mesosistema ovvero quel terreno d'incontro tra formazione, abitudini e progetto educativo familiare con altre formazioni, altre abitudini, altri progetti educativi provenienti da altre famiglie e altri ambienti.
La scuola è oggi in Italia il luogo per eccellenza in cui questo incontro avviene, in cui le relazioni s'intrecciano, ma mesosistema è anche il contesto in cui i bimbi fanno sport oppure ambienti come quelli degli scout, o semplicemente il parco giochi sotto casa, per intenderci. Sono tutti quei luoghi non fisici ma di relazione che influenzano e, inevitabilmente trasformano, i nostri figli.
Questa trasformazione è inevitabile. Partiamo da qui. E non solo come genitori non possiamo evitarla, ma dovremmo in realtà cercare di favorirla. Facile? Manco per niente. Ovviamente il processo non è privo di difficoltà. Proverò, dunque, ad individuare 3 punti chiave per orientarci.
Il primo punto è validare se stessi.
Sì, il punto primo non riguarda i figli, ma riguarda noi. Riguarda quella frustrazione che proviamo, quella rabbia e perfino quel senso di lutto e d'invasione che percepiamo quando i bambini rientrano a casa ed utilizzano parole che non sono le nostre e che magari non amiamo, parlano in continuazione di amici e amiche imitandone comportamenti, atteggiamenti, vizi e virtù, quando la parola di qualcun altro comincia a diventare più autorevole delle nostre. Invece di farci prendere dall'ansia di correre ai ripari, prendiamoci il tempo di stare con il nostro sentimento di perdita e con la nostra frustrazione.
Questo meccanismo si ripeterà nuovamente e ancora, nella preadolescenza, nell'adolescenza, nella giovinezza per condurci fino al punto in cui i figli avranno una vita autonoma. Direi a prescindere dalla dimensione economica. Potremmo oscillare tra il sentirci persi e il sentirci furiosi. Concediamocelo. Ci aiuterà a mettere ordine e a comprendere cosa fare. Non concederci questo tempo rischia di farci andare nel panico senza neppure rendercene conto.
Secondo punto: Arginare o rafforzare?
Per quasi tutti la prima reazione è di vietare la parolaccia, esprimere il nostro dissenso per questo o quell'atteggiamento, intimare di non parlare come... nominando direttamente questo o quell'amico. Ecco, devo proprio dirvi che questo non funziona.
Tuttavia, la scelta non è tra arginare e rafforzare, ma ricade su entrambe. Rafforzare l'identità familiare, infatti, argina di conseguenza, senza bisogno di prendere di mira nessuno. Il bambino si renderà conto che ogni ambiente ha le sue regole e fa delle scelte, ogni famiglia ha le sue caratteristiche, ogni persona il proprio temperamento. Inoltre, ribadire insieme queste caratteristiche serve ai bambini per aver chiaro il senso del confine e del limite, necessario al loro sviluppo.
Non esistono formule, neppure questa volta. E non esiste l'assenza di rischio. Nell'entrare in contatto con altri ambienti ed altre persone è possibile che i nostri figli vengano feriti. Alcune di queste ferite sono funzionali alla crescita. La speranza è che i bambini possano restare all'interno di questo orizzonte di dolore fisiologico. Ma anche per vivere questo dolore è necessario essere accompagnati ed è importante che noi restiamo consapevoli e presenti.
Faccio un esempio. Se in casa nostra è chiara la regola del non fare ricerche su internet senza la presenza dei genitori, i nostri figli sapranno riconoscere nella ricerca libera sul web di un coetaneo una differenza e un pericolo. Basterà? Non c'è certezza. Ma non possiamo evitare che ad una festicciola un bimbo che non dovrebbe avere lo smartphone, ce l'abbia. E non possiamo tenere i nostri figli lontani dalle feste dei loro compagni o coetanei. Possiamo cercare di conoscere le famiglie dei bimbi che i nostri figli frequentano a scuola come in palestra, possiamo decidere in quale casa lasciarli e in quale no, ma non possiamo essere onnipresenti. Per questo motivo essere chiari nelle regole di casa propria è una forma di protezione. Oltre ad essere funzionale allo sviluppo del senso critico che a partire dagli otto anni, se non prima, i nostri bambini sono in grado di esercitare nelle sue forme più elementari.
Punto terzo: Il dialogo.
Si scrive molto sulla necessità di dialogare in famiglia. Ma attenzione, la capacità di noi adulti di dialogare è purtroppo meno sviluppata di quel che crediamo. Il dialogo non necessariamente porta l'interlocutore dalla nostra parte. Non è questo il fine del dialogo. Parlarsi serve soprattutto a conoscersi, a creare intimità e confidenza, a costruire uno spazio comune dove ciascuna delle parti sente di potersi esporre senza venire giudicato, sminuito, offeso. Ma poiché coi figli sono tanti i fattori in gioco tra i quali la responsabilità della custodia, la paura e il non sentirsi sempre all'altezza della situazione, si tende a mettere da parte il dialogo per imporre il proprio punto di vista che si ritiene urgente e in grado di proteggere al meglio il bambino.
Ed è qui che tutto il lavoro che siamo chiamati a fare su noi stessi fin da quando scopriamo di stare per diventare genitori dovrebbe portare qualcuno dei suoi frutti.
Riconoscere se il bambino è esposto ad un pericolo oggettivo o se le nostre paure offuscano il giudizio, per esempio. Oppure accettare che nonostante la fatica del dialogo, la spiegazione dei contesti, la scelta di parole alla sua portata, la traduzione di situazioni in formule comprensibili, il bambino reagisca rifiutando quel che stiamo dicendo e che, magari, ci riversi contro tutte quelle parole e quegli atteggiamenti che stiamo cercando di correggere.
Ecco, questo dovrebbe insegnarci che il dialogo è un sostantivo da declinare al plurale. Non esiste il dialogo, occasionale, costruito. Esistono i dialoghi ovvero un modo costante e quotidiano di relazionarci con i nostri figli. Fin da quando sono ancora in grembo.
Immaginiamo proprio una palestra di dialoghi quotidiani o se preferite una metafora meno performante, pensate ad una trama luminosa, un ricamo di luce che s'intreccia ad ogni tentativo di parlarsi davvero e che riesce a filtrare e illuminare proprio grazie a tutte le fratture, gli strappi e le cuciture imperfette che il dialogo perseverante crea. E' certamente più spicciativo decidere al posto del bambino cosa deve mangiare o come deve vestirsi... zittirlo in modo brusco quando cerca di dirci qualcosa e noi siamo sotto stress o non validare i suoi stati d'animo o i suoi comportamenti perché sono quelli che proprio ci mandano in tilt. Il punto è che poi, quando arriva il momento dei primi passaggi dal nostro ad altri mondi, i nostri tentativi di raggiungerlo e di essere autorevoli potrebbero non funzionare.
Come nell'evoluzione delle specie non esiste una soglia determinata e puntuale di cambiamento, ma un lungo processo che conduce ai passaggi e alle trasformazioni, così nella genitorialità si diventa competenti nel supportare i passaggi più significativi di crescita dei nostri figli se dedichiamo tempo ed attenzione a tutti i processi che riguardano la crescita e la nostra relazione con loro. In questo modo riusciamo ad essere dei ponti praticabili, non sempre solidi, non affidabili egualmente in tutti i punti, ma resistenti seppur imperfetti e soprattutto utile, per il loro andare oltre.
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Bibliografia essenziale
Bronfenbrenner U., Ecologia dello sviluppo umano, Il Mulino 1986;
Bruner J., La cultura dell'educazione, Feltrinelli, 2001;
Winnicott D., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, 2000


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