Feriti e competenti
- giulialoporto
- 14 feb
- Tempo di lettura: 5 min

I figli ci feriscono. Lo fanno in diversi modi e a differenti livelli. E lo fanno per diverse ragioni, spesso inconsapevoli, altre più consce. In tutti i casi, la nostra reazione di genitori a questa ferita fa e farà la differenza per entrambe le parti.
L'ennesimo carico sulle nostre spalle? Direi, piuttosto, l'ennesima possibilità di crescita ed evoluzione personale.
Partiamo da un dato fondamentale, teoricamente semplice da comprendere ma estremamente complesso sul piano dell'esperienza: I figli hanno il diritto di essere se stessi, i genitori hanno il diritto di essere se stessi.
Come riuscire nel concreto a lasciare spazi di realizzazione personale, salvaguardare la relazione e riuscire nel compito educativo? Riconoscendo la necessità, il dovere e il diritto di lavorare costantemente sulla propria persona e sulla propria storia, sapendo che questo lavoro porta enorme beneficio, prima di tutto, a se stessi
Immagino già che leggendo o ascoltando questo articolo, un lungo e ragionevole elenco di impedimenti a questo necessario lavoro su di sé si sia dipanato chiaramente nella vostra mente. Ci sentiamo tutti con l'acqua alla gola per diversi motivi: Il tempo, i soldi, le preoccupazioni, la salute, il lavoro, il cambiamento climatico, il riarmo e Donald Trump. Che dire? Non avete torto su nulla. Anzi, se questa è stata la vostra risposta interiore a quanto scritto e detto finora, siete già ad un punto incredibilmente vantaggioso e favorevole per iniziare il cammino. Perché siete vigili, vi ponete delle domande, siete consapevoli dei problemi. Ottimo!
Essere feriti dai figli è una possibilità talmente frequente che pedagogia e psicologia non hanno risparmiato studi approfonditi e produzione scientifica sull'argomento né sulle motivazioni che spingono i bambini a dire cose capaci di colpire proprio al centro del nostro punto più debole.

Il punto è che noi essere umani siamo capaci di reagire non solo ai fatti, ma anche alle intenzioni di chi li compie e ai loro stati mentali, possiamo cogliere cioè quel che soggiace alle azioni. Nel caso della relazione genitore-figli vuol dire che siamo in grado di tenere presente la mente del bambino prima e dell'adolescente, poi, quando parla e agisce.
Questo ci pone nelle condizioni di attraversare due processi, uno cognitivo cioè comprendere che i sentimenti possono essere nascosti, camuffati o mutare nel tempo e uno emotivo ovvero la disponibilità a lasciarsi coinvolgere senza, possibilmente, farsi travolgere.
Proviamo a capire.
Perché i bambini dicono cose che ci feriscono? E, soprattutto, lo fanno apposta?
Sì. Ma non con le motivazioni che pensiamo.
I bambini hanno bisogno di testare la realtà. E spesso il mondo adulto gli restituisce una realtà dissonante: la loro capacità di percepire il non detto e le atmosfere dell'ambiente si scontra con le parole che utilizziamo per comunicare loro i nostri vissuti. Per esempio, quando diciamo che va tutto bene, anche se siamo stravolti, stanchi, preoccupati. Aggredire allora, dire qualcosa di "forte", significa per loro metterci alla prova, proprio per riportare ordine nella propria percezione della realtà.
Ma esiste anche un secondo caso. Non essendo in grado di gestire in modo autonomo la propria frustrazione e il proprio dolore, i bambini ci feriscono per consegnarci la loro confusione e riaverla indietro reinterpretata dalla nostra reazione. Più ordinata, più sopportabile, meno spaventosa.
Inoltre, spesso, i loro attacchi sono finalizzati ad assicurarsi della nostra reale esistenza, per fare esperienza cioè della nostra resistenza o debolezza e fare i conti con l'idea che di noi si sono fatti e che sentono di dover verificare o trasformare, per poter esistere a loro volta.
O, ancora, i figli feriscono semplicemente perché si comportano diversamente dalle nostre aspettative, semplicemente esistendo in modo diverso da come vorremmo.
In ogni caso, il bambino che ferisce sta cercando confini, autenticità, sicurezza.
Tuttavia, la nostra capacità di reagire in modo costruttivo a tutto questo non è scontata, non deve essere perfetta ed è comunque sempre in costruzione. E' importante, però, comprendere cosa succede quando la nostra capacità riflessiva è ancora immatura.
Succede che il dolore impedisce di pensare e ci spinge a reagire come reagisce chi è ferito: difendendosi e aggredendo. Il bambino non è più un individuo separato con il suo pensiero e i suoi bisogni, ma è principalmente un aggressore che ci trasforma in vittime, facendoci perdere di vista la nostra funzione di guida. Non siamo più in grado di restituire al figlio l'emozione o la frustrazione nascosta dietro la sua aggressione in modo più ordinato e comprensibile, ma lo investiamo con la nostra rabbia, poi con il nostro senso di colpa creando un circolo vizioso dal quale uscire diventa difficile.
Decidere di confrontarsi e farsi aiutare dalle figure competenti è sempre l'idea migliore, soprattutto quando queste dinamiche diventano quotidiane e innescano una sofferenza crescente e invalidante per la relazione.
Tuttavia, c'è un lavoro che si può fare quotidianamente, un insieme di azioni che aiutano a sviluppare i due strumenti più importanti per affrontare queste difficoltà ovvero la consapevolezza e il potenziamento della capacità riflessiva.
Sviluppare una "posizione riflessiva" vuol dire imparare a fare una pausa mentale. Invece di rispondere subito, fermarsi e chiedersi: "Cosa sta succedendo nella mia mente ora? E cosa sta succedendo nella sua?". Vuol dire spezzare il meccanismo di reazione/aggressione, accettare di sentire sofferenza e confusione. Questa pausa e queste domande permettono di compiere una distinzione tra noi e i nostri figli e rompe quel contagio emotivo che immerge tutti in una nube nera di confusione e sofferenza.
Dunque, un'azione efficace è quella che ci porta a riconoscere gli "inneschi", ovvero cercare di capire quali sono le verità che feriscono di più. Sapere "dove fa male" permette di non dare la colpa al figlio per aver toccato quel punto e neppure a noi stessi per le ferite che fanno parte della storia di ciascuno.
Nonostante tutto questo sia difficile, faticoso e si muova nel campo del dolore, è fondamentale per tutti riuscire a mantenere un atteggiamento "giocoso". Anche di fronte a una verità dura, riuscire a non prenderla come una realtà assoluta e immutabile, ma come un "momento" della relazione, aiuta a non sentirsi annientati.
Infine, è molto importante concentrarsi sulla "riparazione". Nessuno ci richiede d'essere genitori perfetti. Neppure i nostri figli. Fare della riparazione un "metodo" è una pratica fondamentale per tutti i piani in cui esercitiamo la nostra genitorialità (e più in generale è una buona prassi per tutte le relazioni): se reagisco male perché percepisco una ferita, posso tornare dal figlio più tardi e dire: "Prima mi hai ferita e ho reagito con rabbia perché mi sono sentita triste, ma ora ho capito cosa volevi dirmi", e provare a costruire un dialogo. Questo insegna al bambino che la verità può essere detta e che il legame può resistere al dolore.
Le ferite che emergono, il fatto che siano i figli a farle emergere costituisce uno dei nodi più complessi della genitorialità. E' un nodo che rende necessario prendere posizione, in primo luogo, dinanzi a noi stessi, tenendo però presente che l'educazione è sempre un percorso e non una performance. Essere feriti non è mai bello, meno che mai lo è se a farlo sono i figli, ma essere messi dinanzi a se stessi non è solo drammatico e anche una grande opportunità di libertà, una libertà preziosissima perché capace di trasmettersi come pratica ai nostri bambini, innescando cambiamenti generazionali di enorme rilevanza.

Bibliografia
Benjamin, J. (1988). Legami d'amore. Milano: Raffaello Cortina Editore
Bion, W.R. (1962). Apprendere dall'esperienza. Roma: Armando Editore
Gordon, T. (2014). Genitori efficaci. Educare figli responsabili. (Trad. it. di A. Dell'Orto) Molfetta: La Meridiana
Kohut, H. (1977). La guarigione del Sé. Torino: Bollati Boringhieri
Slade, A. (2005). Parental reflective functioning: An introduction. Attachment & Human Development, 7(3), 269–281
Winnicott, D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando Editore

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