Fiorisca l'unica certezza che abbiamo

Quelle che leggerete di seguito sono mie considerazioni personali, emerse con forza negli ultimi mesi e che hanno fatto entrare la morte nel mio orizzonte. In questo blog e nel mio lavoro, in generale, cerco sempre di trasformare contenuti di studio in contenuti di divulgazione. In questo caso il contenuto è esistenziale e non ho molto da divulgare se non una riflessione molto sentita e l'invito a ribaltare insieme un tabù che non fa bene a nessuno e che potrebbe, invece, renderci tutti più liberi.
Quando è nato mio figlio io sono nata e io sono morta.
A nascere ero pronta, ma a morire no. E non solo perché su parto e maternità non abbiamo ancora recuperato una narrazione e un vocabolario che parta dall'esperienza e dai vissuti, ma perché sul morire esiste un silenzio totale, pesante, invincibile, terribile. Su tutte le morti.
Se guardo la realtà, me stessa, le vite degli altri, capisco che la morte è plurale. Ed è anche un processo continuo, multiforme, profondo. E io avrei voluto saperlo. E non lo sapevo perché nessuno era in grado di insegnarmelo.
Utilizziamo tutti l'espressione: Imparare dalla vita. Nessuno dice: Imparare dalla morte. Anzi, la morte non si nomina proprio, è un'idea che si allontana, è ricoperta di una coltre di scaramanzia. E' l'unica certezza che abbiamo ed è il solo orizzonte che non vogliamo guardare.
Ma la vita e la morte hanno una cosa in comune: s'impongono. Entrano nelle nostre esistenze sia che noi siamo pronti sia che non lo siamo. E se noi imparassimo, culturalmente, socialmente, a declinare al plurale la morte, a riconoscerla tutte le volte che accade, perché ci accade molte volte di morire, forse potremmo evitarci la sofferenza che viene dal resistere al dolore permettendogli di fare quel che deve: insegnarci a lasciare andare, a stare nel vuoto in attesa del nuovo.
Se guardo indietro, prima del lutto di me stessa che precede la nascita di me madre, e se lo faccio riconoscendo le morti che ho ignorato, ne trovo moltissime. Se poi faccio questo esercizio di ricerca insieme ad altre donne emerge un grandissimo patrimonio mai decodificato. Sono tutte le nostre morti insite nei passaggi: il menarca, il primo rapporto, la maternità, la vita ciclica insieme al passaggio più taciuto di tutti: la menopausa. E poi le morti personalissime, particolari per ogni storia: la malattia, i lutti, le volte in cui si è cambiata pelle, le relazioni finite, le migrazioni...
Associamo la morte alla fine. E la morte è fine. Una fine che ci frantuma. E non c'è nulla da fare. Niente se non stare a pezzi davanti a ciò che si è perduto. Che sia la morte grande e inevitabile che tutti ci attende e vediamo riflessa nella morte degli altri o una delle piccole morti del quotidiano.
Ma quei pezzi poi si rimettono insieme e questo non abbiamo ancora imparato a raccontarlo.
Cosa succederebbe se portassimo la nostra attenzione e la nostra cura a questo processo? Forse cominceremmo ad avere parole per raccontare come è fatto il buio da attraversare, quello che precede ogni rinascita. Chi muore non può raccontare più nulla - mi direte. Giusto. Ma chi è partecipe di quel passaggio, che passaggio resta, anche se dopo non ci fosse nulla ad attenderci, ha certamente un vissuto complesso da raccontare.
Io della morte ne voglio parlare. Delle morti che mi accadono ogni giorno. Voglio accorgermene di morire. Ogni volta che accade. Vorrei imparare ad abitare il vuoto, la separazione, il buio. Perché evitare di farlo non mi proteggerà da nulla. Vorrei raccogliere, come chi mette da parte un tesoro, tutto quel che mi serve per imparare ad affrontare la morte che sarò. Per integrarla nell'esistenza e dare compimento a quel che riguarda la mia storia.
Dare parole alla morte è anche una scelta educativa fondamentale per i nostri bambini. Pensiamo ad offrirgli tutti gli strumenti che servono per affrontare la vita, ma servono strumenti anche per affrontare la morte. Facciamole spazio, nel linguaggio, nelle esperienze, nelle sofferenze, ma anche nelle rinascite che permette, nei cambiamenti che genera, nelle trasformazioni che innesca. Spesso leggo o ascolto l'espressione: "Spiegare la morte ai bambini". Che stolta la presunzione degli adulti! Come possiamo spiegare quel che cerchiamo di rimuovere e ignorare? La morte non si spiega come non si spiega la vita, semmai si accoglie così come facciamo con la vita, semmai ci si prepara, non opponendo resistenza a tutte le volte che ci concede una trasformazione.
Creiamo una confidenza con la morte che serve ad avere occhi aperti e riconoscenti. Facciamolo oggi. Oggi è una parola bellissima. E' una contrazione che deriva dall'espressione latina Hoc Die ovvero questo giorno. Quando abbiamo posto sottoterra la placenta mia e di Giona per piantarci sopra un mandorlo, mi sono messa a piangere. Ho pensato: "E' la prima parte del mio corpo che finisce sotto terra". Ma, allo stesso tempo, mi sono sentita veramente integra, perché credo che l'interezza stia nella possibilità di abitare entrambe le dimensioni, la vita e la morte e riuscire a fiorire.


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